
Vincenzo Baldini nasce a Forlì nel 1960, città in cui vive e lavora, sviluppando un percorso pittorico che attraversa oltre quarant’anni di attività espositiva tra Italia e estero. La sua ricerca si struttura fin dagli anni Ottanta attraverso personali e collettive in spazi pubblici e gallerie, con presenze in contesti nazionali e internazionali come Londra, Washington, Innsbruck, Bolzano, Venezia e Milano, oltre a importanti progetti curati da figure come Vittorio Sgarbi e altri critici e curatori del panorama contemporaneo. La sua pittura si concentra su una dimensione materica e stratificata, in cui il tempo del gesto rimane visibile sulla superficie e diventa parte integrante dell’immagine. Le opere non nascono da un’idea illustrativa, ma da un processo che privilegia la necessità del fare e la costruzione progressiva della forma. Al centro della sua poetica si colloca spesso la figura dell’angelo, riletta in chiave radicale e non consolatoria: non simbolo di elevazione, ma presenza che attraversa la caduta come condizione di conoscenza e trasformazione. Nel ciclo “Gli angeli che cadono si salvano” questa visione raggiunge una sintesi significativa. La caduta non è perdita ma esperienza, passaggio attraverso il limite e la materia. La pittura diventa così spazio di tensione tra figurazione e dissoluzione, dove il colore, denso e terrestre, costruisce superfici che trattengono memoria, tempo e gravità.
STATI D'ARTE 2026
Gli angeli che cadono si salvano, 2026, tecnica mista su tavola, 187 x 187 cm
GLI ANGELI CHE CADONO SI SALVANO _ Vincenzo Baldini
Per aspera ad astra, e se ci fosse un’altra via?
Nella tradizione classica e umanistica la locuzione latina evoca un’idea di ascesa faticosa, di elevazione conquistata passando per la prova e l’ostacolo. Nel ciclo di opere Gli angeli che cadono si salvano, Vincenzo Baldini assume questa formula antica per sottoporla a una torsione radicale: il cammino verso le stelle non passa dall’ascesa, ma dalla caduta.
Il ciclo si presenta come un corpo compatto e coerente all’interno del percorso pittorico dell’artista, ma allo stesso tempo come una soglia: un punto in cui temi già presenti nel suo lavoro si condensano e assumono una forma più essenziale e radicale.
Al centro di questo nucleo sta un’immagine antica, quasi archetipica, quella dell’angelo, sottoposta però a una torsione decisiva: l’angelo non sale, non ascende, non trionfa; l’angelo cade. La caduta, in Baldini, non è mai intesa come colpa né come punizione. Non rimanda alla tradizione morale del peccato, né alla retorica della dannazione. È piuttosto un gesto necessario, un passaggio obbligato per entrare nella vita. L’angelo cade perché vuole conoscere la materia, il tempo, il limite. Cade perché soltanto attraverso la caduta è possibile l’esperienza dell’umano. In questo senso, la caduta non rappresenta una perdita, ma una trasformazione.
Gli angeli dipinti da Baldini non appartengono all’iconografia della salvezza consolatoria. Non sono messaggeri di un altrove pacificato, non proteggono, non indicano una via. Sono figure isolate, spesso colte in un momento di sospensione, appesantite dalla gravità. I loro corpi sono attratti verso il basso, segnati da un peso reale, fisico, che si riflette direttamente nella materia pittorica. Il peso è una delle categorie fondamentali di questa pittura.
Peso del corpo, peso del tempo, peso della materia. I quadri sono campi densi, stratificati da sedimentazioni. Le opere conservano le tracce del proprio farsi come se nulla potesse essere completamente cancellato e così, la pittura di Baldini diventa non soltanto rappresentazione, ma testimonianza di un processo.
La presenza delle ali, elemento iconografico centrale, non va letta come significante di una alterità divina, di superiorità o di salvezza imminente. Le ali non servono più a volare. Sono memoria, residuo, traccia di un’origine altra. Se questi angeli fossero privi di ali, sarebbero semplicemente uomini. Con le ali, diventano uomini che ricordano di non esserlo sempre stati. La memoria del cielo non li redime, la salvezza è terrena. In questo passaggio dall’angelo all’uomo si gioca una delle tensioni più profonde del lavoro di Baldini. La caduta non annulla la dimensione spirituale, ma la costringe a misurarsi con la carne, con la fragilità, con il limite. Non c’è nostalgia per un mondo perduto, né desiderio di risalita. L’attenzione è tutta rivolta al qui, alla terra, al tempo presente.
Il tempo, infatti, occupa un ruolo centrale. Non un tempo lineare, ordinato, progressivo, piuttosto un tempo diacronico, quello che dà profondità e senso alle cose. Questa concezione del tempo si riflette direttamente nella struttura visiva delle opere. Le superfici appaiono spesso segnate, irregolari, attraversate da tensioni interne. La pittura non nasconde il proprio farsi, non cerca la levigatezza o la perfezione formale. Al contrario, rivendica la propria natura processuale, il proprio essere attraversata dal tempo e dalla significazione poetica.
Alla base di questo lavoro non c’è un progetto concettuale da illustrare, né un’idea da dimostrare. Baldini non costruisce le opere a partire da un significato predefinito. Dipinge perché qualcosa lo spinge da dentro, perché avverte una necessità. Il gesto pittorico precede la parola, precede la spiegazione.
In questo senso, il fare pittorico di Vincenzo Baldini si colloca in una tradizione antica, quasi premoderna, del lavoro artistico. Una tradizione in cui l’opera non è il risultato di una strategia, ma di un percorso. In cui il tempo del fare è parte integrante del significato dell’opera. In cui la pittura è un gesto necessario, non una risposta alle richieste del presente.
In filigrana, questo ciclo di opere dialoga con un’idea antica e complessa: quella di apocatastasi. Termine di origine greca, l’apocatastasi indica una restituzione, una ricomposizione, un ritorno all’ordine originario. Nel contesto del lavoro di Baldini, l’apocatastasi non va intesa come una redenzione automatica o come una cancellazione del male. Non c’è alcuna volontà di negare il tragico, né di addolcire la violenza dell’esistere. Al contrario, la pittura attraversa il dolore, la caduta, la perdita. Ma lo fa senza dichiarare l’ultima parola. Lascia aperta la possibilità che ciò che è precipitato non sia definitivamente perduto, anzi possa essere salvifico. Gli angeli che cadono si salvano non perché evitano la caduta, ma perché la attraversano. La salvezza, se c’è, non coincide con il ritorno a un’origine incontaminata, ma con la possibilità di abitare il limite, di assumere il peso della vita senza rimuoverlo. In questo senso, la salvezza non è un evento finale, ma una tensione, una postura, un modo di stare nel mondo.
Questa mostra non propone risposte. Non offre consolazioni. Propone immagini. Immagini che chiedono tempo, attenzione, silenzio. Immagini che non si lasciano consumare rapidamente, ma che resistono allo sguardo, chiedendo di essere abitate più che interpretate.
Come spesso accade nella pittura autentica, le opere di Vincenzo Baldini precedono le parole. Le parole possono accompagnarle, sfiorarle, ma non esaurirle. Resta, al centro, l’esperienza dello sguardo e, proprio per questo, forse, apre uno spazio di senso duraturo. La pittura di Vincenzo Baldini costruisce un’esperienza visiva fondata sul peso, sulla resistenza della materia e sulla durata del gesto che si traduce in un sentire che ci attraversa e dialoga con il nostro io umano e profondo.
La materia, il gesto, il colore
La pennellata si configura come un gesto controllato ma mai calligrafico, privo di compiacimenti virtuosistici. Il segno non descrive, ma agisce, contribuendo alla costruzione di una superficie attiva, attraversata da tensioni interne e da ripensamenti visibili.
La materia pittorica assume un ruolo strutturante. Il colore è applicato per stratificazioni successive, con addensamenti che generano spessori irregolari e superfici non uniformi. Questo procedimento rende percepibile il tempo del lavoro e sottrae l’immagine a qualsiasi idea di compiutezza definitiva: ogni opera conserva le tracce delle fasi precedenti, secondo una logica di accumulo che riflette una concezione del tempo non lineare, ma sedimentata.
All’interno di questo campo materico si sviluppa una dialettica costante tra figurazione e astrazione. Le figure angeliche non sono definite da contorni netti né da volumi stabili, ma emergono progressivamente dalla materia stessa, come apparizioni instabili. Il figurativo non si impone sullo spazio pittorico, ma vi è immerso, condividendone la sostanza cromatica e la densità materica. Ne risulta una figurazione sospesa, collocata in una zona di soglia che rifiuta tanto la narrazione quanto l’astrazione pura.
La scelta cromatica rafforza questa impostazione. Le tonalità tipiche della tavolozza di Vincenzo Baldini – ocra, bruni, terre d’ombra, bronzi – assumono una qualità compatta e terrestre. Il colore perde ogni residuo di luminosità atmosferica o di allusione celeste per farsi materia, sedimento, polvere. Non costruisce profondità illusionistiche, ma contribuisce alla densità fisica della superficie, accentuando la dimensione tellurica delle immagini.
La luce, lungi dall’essere irradiata dall’esterno, è interna alla materia pittorica. Affiora per sottrazione e per contrasto, trattenuta negli spessori del colore più che dichiarata apertamente. Ne deriva una tonalità complessiva di gravità e concentrazione, coerente con il tema della caduta intesa come attrazione verso la terra.
In questo modo, la pittura non si limita a rappresentare la caduta degli angeli, ma la incarna formalmente: la gravità diventa gesto, il peso si fa spessore, la caduta si iscrive nella struttura stessa della superficie pittorica. La dimensione materica ed espressiva non è un semplice veicolo del contenuto, ma parte integrante del significato dell’opera.
Paola Conficoni
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