Nata a Nagano, Giappone, Chigusa Kuraishi si forma in Textile Design presso la Musashino Art University di Tokyo. Dopo un’esperienza professionale nel settore tessile e la collaborazione con Issey Miyake, dal 1990 vive e lavora in Italia, a Perugia.

La sua ricerca attraversa pittura, tessuto, installazione e performance, ponendosi in una dimensione di intersezione tra sistemi culturali differenti. Il suo lavoro si concentra su processi di stratificazione, traduzione e spostamento del significato tra codici visivi e materiali.

Ha partecipato a mostre e progetti espositivi in Italia, Giappone e in diversi contesti europei, sviluppando una pratica coerente con una riflessione continua sulle modalità di costruzione e instabilità del linguaggio visivo contemporaneo.

 

 

STATI D'ARTE 2026

 

Rapsodia Celeste, 2015, acrilico e sumi su lino, 260 x 340 cm

 

Rapsodia Celeste si colloca in un processo di trasformazione del linguaggio visivo che interroga la stabilità delle forme e dei significati. L’intervento sul lino non è inteso come operazione espressiva in senso tradizionale, ma come dispositivo che mette in crisi la continuità della superficie, introducendo una logica di interruzione e di scarto.

Le incisioni e le suturazioni visibili non restituiscono un’idea di ricomposizione, bensì evidenziano la coesistenza di sistemi segnici eterogenei. In questa struttura aperta, la superficie non si presenta come unità, ma come campo attraversato da differenze e rimandi.

Il riferimento al Tau, nella sua dimensione storico-simbolica legata alla tradizione francescana, non viene assunto come elemento iconografico stabile, ma come traccia sottoposta a slittamento semantico. Il segno perde la sua funzione originaria di identificazione per diventare elemento di interferenza all’interno del campo visivo.

In questa prospettiva, il lavoro si avvicina a una riflessione di matrice post-strutturalista, in cui la nozione di centro viene progressivamente decostruita a favore di una rete di relazioni instabili. Il significato non è mai fissato, ma rimandato attraverso una serie di passaggi che ne sospendono la definizione.

Rapsodia Celeste si configura così come un campo operativo in cui la superficie non rappresenta, ma registra tensioni tra sistemi di scrittura, senza tendere a una sintesi finale. L’opera si colloca in una condizione di sospensione del senso, in cui la lettura rimane strutturalmente aperta.